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Quanto vale un mixtape, oggi?

Quanto vale un mixtape, oggi?

Fabio Germani

maggio 13th, 2016

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Mentre qui è tutto Beyoncé e Becky with a good hair, c’è una scena underground che avanza e che non si lascia parlare alle spalle. La musica nera degli anni ’80-’90 era un proliferare di demo e mixtape che finivano nelle mani dei discografici, oppure che contribuivano a riempire le piste dei “locali” — per lo più scantinati e palestre — nelle periferie delle città statunitensi, nei ghetti-suburra dove non c’era da stupirsi se di tanto in tanto qualcuno scopriva il cadavere putrido dell’ennesimo ragazzo morto ammazzato. A lungo l’hip hop è stato una fucina di demo e mixtape — cassette registrate in casa che passavano nelle radio locali—, ma quando l’hip hop ha assunto una dimensione più popolare l’usanza non è diminuita affatto. Certo, oggi è più facile: i mixtape i giovani artisti (anche i meno giovani) li caricano su SoundCloud o su YouTube — c’è questa disintermediazione adesso, a parte il sostegno di una qualche etichetta piccola o grande — e il resto verrà da sé. Se sei fortunato avrai staccato il biglietto per l’Olimpo della Musica. Sennò ritenta, sarai più fortunato (forse).
Alcuni di questi mixtape rappresentano una vera e propria operazione commerciale, vengono messi in vendita e inseriti nei servizi destinati allo streaming in abbonamento, il che stona con l’idea stessa di mixtape. Di solito registrazioni di questo tipo vengono distribuite gratuitamente online. Di solito. Erykah Badu ha rilasciato a novembre 2015 il mixtape But You Caint Use My Phone, per una settimana in esclusiva su iTunes — 10 euro e 99 centesimi il download, ma al debutto qualcosa meno — prima di approdare sulle altre piattaforme digitali. Diciamo che ora serve più di prima un orecchio allenato per distinguere un mixtape da un album ufficiale, veicolato da una major. Non scomodando i grandissimi dei ’90, nei primi anni Duemila campione assoluto del circuito alternativo era 50 Cent, il quale prima del successo planetario firmato Dr. Dre e Eminem (In da Club), aveva fatto incazzare non pochi colleghi, all’epoca più famosi, pubblicando pezzi come How To Rob. Mr. Curtis Jackson non ha mai abbandonato del tutto questa via, nonostante i soldi e la fama a un certo punto ottenuti. Anche The Game da Compton, dapprima sodale nella G-Unit e in seguito suo rivale, ha diffuso negli anni una quantità incredibile di mixtape o album non ufficiali. Lo ha fatto pure Kendrick Lamar prima di diventare Kendrick Lamar (con la costante supervisione della Top Dawg Entertainment) e altri come lui, J. Cole e Joey Bada$$ ad esempio. Oltre a SoundCloud e YouTube, strutture come Audiomack, DatPiff o LiveMixtapes.com vengono aggiornate quotidianamente: la scelta tanto per gli artisti quanto per i fruitori è ampia.

Nessuno, però, è stato capace di reinventare il mixtape come invece è riuscito a Chance The Rapper. Lui li chiama così, per quanto assomiglino ad album veri e propri (siamo giunti al terzo, Coloring Book, uscito il 13 maggio, scaricabile su iTunes oppure su DatPiff): cura maniacale per le cover art, attesa febbrile per l’uscita (alimentata accuratamente sui social network), merchandising all’uopo, tour annessi. Però sono gratis, i mixtape/album: un link al suo sito o alla piattaforma che ospita la cartella zip e in pochi minuti la musica suonerà negli iPod di migliaia di ragazzini. Ad oggi Acid Rap, secondo Rolling Stone in posizione 26 tra i 50 migliori album del 2013, è stato scaricato 1,231,481 volte solo su DatPiff. Chance The Rapper ha perciò dato nuova forma al mixtape, trasformandolo in un prodotto accessibile, da avere a portata di mano alla stregua delle grandi uscite discografiche. I suoi amici di Chicago — da Vic Mensa (che ha di recente firmato per la ROC Nation di JAY Z) a Towkio, passando per il musicista Donnie Trumpet e il fratellino Taylor Bennett — hanno fatto altrettanto, e già Action Bronson e Asher Roth prima di loro. A conferma di come un mixtape sia diventato molto più che uno strumento strategico per farsi conoscere o per ottenere il contratto tanto agognato. È il contratto stesso, che se lo azzecchi vale una carriera. Ma se il 2016 segna il ritorno ai ’90 lo dobbiamo soprattutto a una ragazza poco più che ventenne di Oakland, California. Si chiama Kamaiyah e a marzo ha rilasciato il suo mixtape di esordio, A Good Night In The Ghetto, un concentrato di atmosfere tipiche di quegli anni.

Il richiamo alla tradizione West Coast è già presente nel titolo, che ricorda l’ideale di good day descritto da Ice Cube: nel quartiere è un buon giorno se la polizia non deve intervenire, se i ragazzi non ci lasciano le penne (era il 1992, l’anno dell’assoluzione degli agenti che pestarono Rodney King, l’anno delle rivolte di Los Angeles, l’ultimo anno di presidenza per Bush padre). Il sound di Kamaiyah fa tornare alla mente vecchi lavori di Too $hort o Dj Quik e i video che accompagnano i singoli, oseremmo definire “vintage” per questa epoca, con i telefoni enormi e il Nintendo 64 (How Does It Feel), sembrano scene — al femminile — estrapolate da Boyz n the Hood, il film diretto nel 1991 da John Singleton (Out The Bottle).

Pitchfork ha assegnato al progetto un punteggio molto alto (8.2), promuovendo quello che è un salto all’indietro, quando SoundCloud non esisteva e dovevi accontentarti di registrazioni alla meno peggio su cassette. E siccome non possiamo riportare SoundCloud ai ’90, Kamaiyah ha pensato bene di riconsegnarci i ’90 e di condividerli su SoundCloud. Poi, già che c’eravamo, di metterli in vendita su iTunes. E infine a disposizione degli abbonati a Spotify o Tidal.

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